Perché insieme

on 20 Giugno, 2021

Tronconi M., Perché insieme. Natura umana e corpi intermedi. Guerini e Associati, Milano, 2021.

 Presentazione del libro

tenutasi il 15/06/2021

all’Università LIUC di Castellanza

 

Quello che segue è il riordino degli appunti stesi per l’occasione. All’evento hanno partecipato il collega Carlo Robiglio, vicepresidente di Confindustria, il rettore dell’Università, Professor Federico Visconti, e il Professor Rodolfo Helg. Ovviamente, il dibattito dal vivo ha offerto ben altri approfondimenti.

 
 

Parto da una constatazione: se si vuole dire cose intelligenti, è difficile scrivere e soprattutto pubblicare. Sto scoprendo che è ancora più difficile farsi leggere. Una situazione tutto sommato tipica, che ha dato a un giovane Woody Allen lo spunto per una celebre battuta. ‘L’ipocrita è quello che scrive un libro sull’importanza dell’ateismo e poi prega che venga letto’. Per fortuna non è il mio caso. Nel senso che non ho scritto un libro sull’ateismo.

 

Vi chiederete, perché scrivere un libro? Ovviamente, perché si ha qualcosa da dire. Perché, allora, non parlarne e basta? I latini sottolineavano: verba volant, scripta manent, ma non c’erano ancora le tecnologie che permettono la registrazione audio; non c’era nemmeno YouTube. Tuttavia, non è solo per questo. Il fatto è che la scrittura è palestra del pensiero, metodo di scoperta, tribunale della coerenza.

 

La mia avventura associativa, del resto, è iniziata proprio così: facendo da ghostwriter di mio padre, a cui ho dedicato il libro, quando lui era presidente dell’Unione Bustese Industriali - l’antenata dell’odierna UNIVA - ed io ero ancora al Liceo. Era la seconda metà degli anni Settanta.

 

Quando poi l’imprinting ha fatto effetto e sono diventato a mia volta presidente di associazione ho considerato la scrittura come un banco di prova. Scrivere, infatti, significa aver ascoltato ed essersi documentati. Rileggendo, poi, capisci se le argomentazioni sono chiare e le proposte convincenti. È un modo per riordinare le idee davanti al tribunale della coerenza. Sapendo, per altro, che i giudici possono essere ben più numerosi rispetto ai pochi presenti a una riunione. Quando si scrive bisogna pensare a chi potrà leggere. Ciò implica un esercizio che richiede un apprendimento costante. Significa coltivare l’arte della comunicazione che è il cogito ergo sum della rappresentanza.

 

Anche per questo mi sono cimentato nella scrittura di articoli per quotidiani, come il Sole 24 Ore. L’articolo di giornale, però, richiede il rispetto di certe regole di efficacia che mortificano, a volte, l’analisi dei problemi complessi. Sono quindi passato alla scrittura di saggi via via più strutturati, anche se meno appariscenti. Ho pubblicato il mio primo libro nel 2003 - Quale strategia per l’industria tessile – seguito da alcuni interventi in collettanee e diversi papers qui in LIUC, dove ho avuto la fortuna di avviare un fruttuoso confronto con diversi docenti, soprattutto, con Rodolfo Helg.

 

Vediamo, ora, se riesco a incuriosirvi riguardo al mio nuovo libro. S’intitola: Perché insieme, natura umana e corpi intermedi. Il sottotitolo fa da risposta implicita alla domanda, lasciando trapelare una connessione, ma rendendo inevitabile un approfondimento. Che cosa ci porta a fare gruppo?

 

Come spesso accade, una domanda tira l’altra ed è stato un attimo andare ben oltre Adamo ed Eva. Infatti, nella prima parte del mio lavoro scavo nel nostro passato ancestrale, in ciò che abbiamo in comune con le scimmie antropomorfe, sia sul fronte dell’esclusività, sia sul fronte dei comportamenti di dominanza e di controllo della dominanza. Tutti questi elementi – in-and-out-group, dominance drive e coalition strategy - sono gli stessi alla base della politicità umana, pur con tutto il suo arricchimento culturale. E sono anche all’origine dei corpi intermedi, come spiego nel libro.

 

Sono consapevole che il mio lavoro presenti uno svolgimento del tutto inatteso. Da un past-president di associazione credo ci si aspetti il racconto e l’interpretazione di fatti vissuti. Invece, l’avvio è tutto teorico e qui, mi sa, scatta la diffidenza. Provo a spiegarlo in modo più forbito. Da un uomo di esperienza, in qualsivoglia campo, si accetta un procedimento induttivo, dal caso particolare alla sua generalizzazione. Si può essere d’accordo, oppure no. Però si prende nota, ci si confronta. Da un uomo di scienza, in qualsivoglia disciplina, si pretende un procedimento deduttivo, dalla teoria generale ai fatti che corroborano, o falsificano, la teoria. Si prende nota e ci si confronta. Cosa succede se un uomo di esperienza adotta un procedimento deduttivo?

 

Lascio sospesa la domanda e cerco di mettere in scacco la diffidenza. Come prima mossa ricordo come sia nato il libro.

 

Poco meno di dieci anni fa, poco prima della famosa esortazione: FATE PRESTO, scritta a caratteri cubitali in calce al Sole 24 Ore, e del successivo cambio di Governo, da Berlusconi a Mario Monti, apparve sul Corriere della Sera un editoriale di Francesco Giavazzi, oggi Consigliere Economico del premier Draghi, dal titolo: Crescita frenata da troppi monopoli. Veniva implicitamente criticato il ruolo di Confindustria, riproponendo l’antica diffidenza verso gl’interessi corporati, perché inevitabilmente collusivi. Come sosteneva già Adam Smith, “la gente dello stesso mestiere raramente s’incontra … senza che la conversazione finisca … in una qualche escogitazione per aumentare i prezzi”.

 

In quel convulso periodo ero presidente di Sistema Moda Italia e facevo parte del Consiglio Direttivo di Confindustria, sotto la presidenza di Emma Marcegaglia. Emma rispose a Giavazzi in modo puntuale, ma il dubbio restava: i corpi intermedi sono utili alla democrazia, o sono solo un danno per l’economia? La sfida intellettuale rimaneva aperta ed io decisi di coglierla.

 

Il mio libro, infatti, si occupa di tale domanda giungendo a due conclusioni. Innanzitutto, i corpi intermedi sono necessari per la democrazia dei moderni. In secondo luogo, non costituiscono per forza di cose un danno per l’economia. Anzi, il pluralismo – che spiego in cosa consista - può essere utile al suo funzionamento. L’elemento dirimente, però, è politico; molti economisti danno l’ordine per scontato – lo diceva anche un premio Nobel come Douglass North - e non si accorgono che la democrazia serve per limitare il potere, non per garantire l’efficienza.

 

Del resto, la politica conduce inesorabilmente a un monopolio che è di per sé il simbolo dell’inefficienza allocativa. Quale? Quello della forza. Max Weber parlava di monopolio legittimo, ma la legittimità può essere la semplice conseguenza del monopolio stesso. Come accade nei regimi autoritari. Nelle democrazie, invece, la legittimità è la conseguenza di un sistema procedurale e avversativo con cui si imbriglia chi assume il potere. I corpi intermedi, da cui escludo i partiti politici, fanno parte di questo sistema avversativo e di sorveglianza dal basso in quanto espressione organizzata della società civile. Sono i protagonisti, anche se non unici, di quella che Pierre Rosanvallon chiama contro-democrazia e che concorre alla realizzazione di una “costituzione mista dei moderni”. Una costituzione che rende possibile la libertà individuale, così come il mercato.

 

Nell’affrontare questi argomenti ho sviluppato un’impostazione mutuata da Gianfranco Miglio di cui sono stato semplice allievo, all’Università Cattolica, nei primi anni Ottanta. Miglio, era convinto che il comportamento politico si basasse su pulsioni elementari risalenti al nostro passato ancestrale. Infatti, ci faceva leggere Max Weber e Carl Schmitt, ma anche Konrad Lorenz e la sociobiologia di Edward O. Wilson. In questo senso è stato un autentico precursore. È la parte che trovai più sfidante del suo insegnamento, su cui, però, non ho più smesso di aggiornarmi.

 

Apro una piccola parentesi metodologica per illustrare l’approccio evoluzionista che ho adottato. Gli studiosi del comportamento umano si sono sempre schierati rispetto a due impostazioni epistemiche alternative. Per alcuni i fenomeni sociali sono sempre micro-fondati e la relativa spiegazione va ricercata nell’intendimento razionale e auto-interessato dei singoli individui. Per altri, invece, i macro-fenomeni richiedono una macro-fondazione influenzata dalla cultura, quindi dalle istituzioni. I primi si attengono al cosiddetto individualismo metodologico, gli altri al collettivismo metodologico, spesso rinominato come olismo. Chi si attiene a questa seconda impostazione rileva la presenza di proprietà emergenti, a partire dalla cultura stessa. Chi critica tale approccio parla, invece, di sofisma di composizione.

 

Questa ripartizione ha tenuto banco per molto tempo ma ha subito progressive incrinature su ambo i fronti a causa di diversi sviluppi teorici. Si pensi, ad esempio, agli esiti dell’ultimatum game che contraddicono l’ipotesi della razionalità massimizzante e auto-interessata. A causa di queste incrinature, nel dibattito scientifico odierno c’è chi si colloca su posizioni intermedie distinguendo tra accezioni forti, o deboli dei rispettivi capisaldi. L’approccio evoluzionista offre un nuovo punto di equilibrio, anche all’interno della stessa disciplina, che è quello della coevoluzione tra geni e cultura. Di che cosa si tratta? Innanzitutto, significa riconoscere che esistono almeno due meccanismi di trasmissione ereditaria, soprattutto per la nostra specie; da una parte quella genetica, dall’altra quella culturale, con tanto di proprietà emergenti. Poi significa ammettere che i due sistemi con le relative specificità possano condizionarsi reciprocamente: i geni possono indirizzare alcuni sviluppi culturali e questi ultimi possono influenzare la selezione di alcune mutazioni geniche.

 

Ragionando su tale sfondo concettuale mi sono convinto che la micro e la macro fondazione dei fenomeni sociali possano operare contemporaneamente su piani paralleli e sovrapposti, destinati, primo o poi, a condizionarsi reciprocamente. Tradotto in altre parole, significa considerare la coesistenza di più palcoscenici. Come quando parliamo di dimensione pubblica, distinta ma contemporanea a quella privata. Significa, inoltre, che ogni essere umano pensa e agisce, sia in prima persona singolare, io, sia in prima persona plurale, noi. Soprattutto quando opera la contrapposizione rispetto ad altri. È la logica dell’esclusività che traccia un confine netto tra chi è dentro e chi è fuori da una determinata aggregazione: i gentili contro i barbari.

 

Come ho già ricordato all’inizio, questo tipo di approccio mi ha portato a individuare l’origine dei corpi intermedi nelle leveling coalitions, cioè nelle coalizioni di contenimento già presenti nelle scimmie antropomorfe. Un aspetto che ho trovato interessante è la corrispondenza, in molti punti, con la tradizione di pensiero definita come realismo politico. Basti ricordare che la dominance drive corrisponde alla legge individuata da Tucidide nel famoso dialogo dei Melii e degli Ateniesi. Allo stesso modo la distinzione tra in-and-out-group corrisponde alle ‘categorie del politico’ individuate nel 1932 da Carl Schmitt, ovvero la distinzione tra amico e nemico.

 

Incernierando l’approccio evoluzionistico e il realismo politico ho proseguito con l’analisi più tradizionale di alcuni grandi concetti come quello di interesse, di rappresentanza e di leadership. Sono concetti che diamo spesso per scontati ma la cui trattazione apre una finestra sulla complessità umana. Per esempio: ci si mette assieme facendo gruppo perché si ha un comune interesse, o l’interesse comune è una conseguenza del mettersi assieme? Cosa intendiamo, invece, quando parliamo di interesse generale? Siamo sicuri che non sia una mera finzione? Che differenza c’è tra rappresentanza privata e rappresentanza politica? Infine, perché abbiamo bisogno di un leader per rendere possibile il coordinamento e la cooperazione tra più soggetti, dando vita all’azione collettiva?

 

Chi è interessato alle risposte ha un buon motivo per confrontarsi col mio libro. Inoltre, ho fatto della rilettura delle corporazioni medievali un banco di prova per le mie tesi.

 

Arriviamo, così, alle mosse conclusive. Ancora una domanda: perché ritengo che i corpi intermedi siano destinati a tornare importanti? Il motivo è perché temo che torni l’inflazione e che questo riaccenda il conflitto distributivo tra Capitale e Lavoro. Un conflitto comunque già nell’aria, per molti motivi. Per esempio, per gli interventi che si renderanno necessari per affrontare la fase post pandemica; il tema del blocco dei licenziamenti ne è l’emblema. Poi, per affrontare gli squilibri sul fronte previdenziale determinati dall’imminente pensionamento dei baby boomers e dalla contemporanea, ma progressiva, riduzione della quota di popolazione attiva.

 

Ritengo che il tema demografico sia pervasivo perché concorre a spiegare sia la fase deflattiva che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni, a livello globale, sia il ritorno dell’inflazione. Richiede scelte lungimiranti e corpi intermedi che spingano in tal senso. Non dobbiamo dimenticare che uno dei vizi tipici dell’agone politico è quello di pensare solo alle prossime elezioni, sollecitando paure e facendo promesse irrealizzabili. La natura avversativa e di sorveglianza dei corpi intermedi deve, invece, aiutare a volgere lo sguardo anche alle prossime generazioni.

 

Per concludere, due immagini flash attinte dalla nostra attualità.

 

Da una parte, quella di un movimento, nato anche grazie a una piattaforma internet, che ora disputa la propria identità – chi siamo, quanti siamo - in termini di diritti di proprietà sui dati presenti su quella piattaforma.

 

Dall’altra, quella di un leader di partito che si presenta a una trasmissione televisiva esibendo il suo smartphone aperto su Linkedin, affermando di aver appena consultato le richieste dei suoi followers.

 

Se pensate, come me, che stia cambiando il terreno di gioco, ma che il gioco sia sempre lo stesso, allora converrete sull’opportunità che siano presenti tutti i giocatori. Corpi intermedi compresi.

 

 

                                                                                                             Michele Tronconi

 

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